Giusto un po’ di storia.

Il coaching nasce alla fine degli anni 70 dalle teorie di un maestro di tennis, Timothy Gallwey. Allenatore nell’Università di Harvard, Gallway rese celebre nel libro The Inner Game (diventato testo di culto) la sua più grande intuizione: “C’è sempre una partita interiore che è giocata nella tua mente qualsiasi sia la partita che stai giocando. Il modo con cui affronti questa partita fa la differenza fra il successo e il fallimento”. Cosa ha capito questo guru ante litteram? Che le sfide della vita si combattono contemporaneamente su due piani: all’esterno, nel mondo, e all’interno, nella nostra testa. E spesso la partita più difficile è proprio quella che giochiamo contro noi stessi.

Alcuni di noi sono capaci di usare il dialogo interiore a proprio vantaggio, mentre altri mettono in atto una sorta di autosabotaggio, ostacolandosi da soli con giudizi spietati, parole severe, pensieri negativi e limitanti.

Come si esce da questa trappola?

Il coaching nella sua storia ormai trentennale ha dato diverse risposte, partendo dall’esigenza di potenziare le prestazioni soprattutto in ambito business per arrivare all’approccio attuale, più orientato al benessere, alla consapevolezza, all’equilibrio. Oggi il coaching si declina nei più svariati ambiti, dallo yoga alle finanze, dallo shopping alla nutrizione. Io sono una life coach. Mi occupo di migliorare la vita delle persone.

Oltre alle attività all’aperto, nella formula del “walking coaching”, propongo sessioni di tipo “classico”, che si svolgono indoor, al chiuso, in una sede concordata con il cliente; oppure via Skype o telefono, se non c’è la possibilità di incontrarsi di persona.

La prima sessione è sempre gratuita. E avviene in questa modalità: ci si siede su una sedia, ci si conosce, si smette a fuoco il problema, si definisce il tipo di lavoro da svolgere e la direzione da prendere. Poi il cliente (coachee) sceglie, in base alle sue esigenze e il tempo a disposizione, se continuare con questo tipo di sessione “classica” o passare al “walking”. Naturalmente si tiene conto anche del meteo e della stagione. Per quanto l’outdoor, con la giusta attrezzatura, sia praticabile (quasi) sempre. Rispetto al “walking coaching”, quello tradizionale consente di creare una connessione più ravvicinata ed empatica tra coach e coachee. Mentre la soluzione via Skype, per quanto asettica, è ideale per chi ha poco tempo a disposizione o si trova geograficamente lontano dal territorio nel quale opero: Torino e provincia.

Non c’è un numero prestabilito di sessioni. Ogni percorso ha i suoi tempi e le sue modalità, che variano in base al tipo di obiettivo da raggiungere o al problema da risolvere. E alle intenzioni e volontà del coachee.

Contattami per maggiori informazioni e per iniziare il tuo percorso insieme.