Dovrei dire che ho scoperto il coaching per caso. Ma non credo al caso. Era un grigio, anonimo giorno di gennaio di quattro anni fa. Vivevo un momento di grande insoddisfazione. Non ero contenta di me stessa e non capivo bene il perché. Percepivo dell’energia inespressa che non sapevo dove e come convogliare, se non mettendomi davanti al computer a scrivere (cosa che avevo fatto per mesi, arrivando a poche pagine dalla fine del mio primo romanzo). Mentre stavo a mollo in questa routine, sgranando giornate abbastanza vuote e inconcludenti, mi sono imbattuta sul web nell’annuncio di un seminario in una scuola per operatori olistici, Durga, della mia città, Torino. Il titolo era questo: “Scopri il tuo talento!” Stavo lavorando al romanzo, dunque il primo pensiero è stato quello: “Vediamo un po’ se ho la stoffa della scrittrice”. Così mi sono iscritta, senza grandi aspettative. Con niente più di una vaga curiosità. Ho poi realizzato che il tema del corso non era il talento come viene comunemente inteso – creatività, genio, abilità artistica o robe del genere – ma l’attitudine, ovvero quell’insieme di passioni, desideri e motivazioni che costituisce la nostra unicità, la nostra specificità, che ci rende quello che siamo.

L’inizio è stato divertente. Ricordo benissimo la prima attività che la docente (la life coach e naturopata Ambra Caramatti) ci ha proposto: “Raccontate la vostra giornata ideale”. La giornata ideale che descrissi fu questa: sveglia all’alba, jogging, tre ore di scrittura, pranzo, lavoro pomeridiano per il giornale, pubbliche relazioni sui social, palestra, aperitivo o cena con le amiche. A parte l’ultima voce, veramente piacevole, un elenco di attività che suggeriscono una parola sola: fatica. Detesto svegliarmi presto al mattino, non amo né il jogging né la palestra né i social network. Per quale motivo la mia giornata ideale era una giornata costellata di cose che odio? E perché era tutta all’insegna della fatica?

A chi apparteneva quella “giornata ideale”? Di sicuro non a me.

Per dare un senso a questo mio penoso esordio al seminario sul “Talento”, ricorrerò alle parole dello psicologo americano Marshall Rosenberg, creatore della Comunicazione Nonviolenta o CNV. “Ci viene insegnato – scrive nel suo saggio più famoso, Le parole sono finestre (oppure muri) – ad essere ‘orientati verso gli altri’ anziché ad essere in contatto con noi stessi. Impariamo a ‘rifugiarci nella nostra testa’ chiedendoci ‘che cos’è che gli altri pensano che sia giusto che io dica e faccia?’”. Avevo in mente che quella fosse la giornata ideale della persona che avrei dovuto essere per rispondere a un canone che forse sarebbe piaciuto al mondo ma di certo non avrebbe fatto felice me. Ero alienata da me stessa, in balia di aspettative altrui.

Una giornata di seminario non cambia la vita. Eppure la mia vita da quel momento ha incominciato a trasformarsi. Ho scoperto un nuovo punto di vista dal quale analizzare il mio percorso (non è forse questa una delle chiavi del coaching?). Fino a quel momento avevo proceduto su binari precostituiti: il lavoro inteso come una specie di missione, sin da ragazzina; la famiglia; le responsabilità; le aspettative su me stessa. La mia vita era diventata tutto un “devo”: un pesante carico da sopportare. Sotto la pressione di tutti quei “devo”, c’era rimasto poco spazio per il piacere, l’emozione, la soddisfazione e la leggerezza dei “voglio”. Ricordo cosa mi disse Ambra quando, tempo dopo, feci la prima sessione individuale di life coaching con lei: “Ti sei dimenticata di te!”. Era verissimo. Chi era questa me stessa di cui mi ero dimenticata?

Lì per lì non sarei stata in grado di rispondere: la storia di “me” era ancora tutta da raccontare.