Il dramma delle aspettative. 

L’ho già detto. Scrivere è facile. Come cantare o ballare. Tutti sappiamo farlo. Basta mettersi lì e, appunto, farlo.

Eh, mi dirai, ma io voglio imparare a scrivere bene! Come Hemingway, come Jane Austen, come Tolstoj… (ah, il dramma delle aspettative!). Non mi accontento di scrivere, voglio essere bravo. Voglio creare qualcosa di grande, di emozionante, di universale. Ma visto che – almeno all’inizio – non so scrivere come Hemingway, come Jane Austen, come Tolstoj, cosa faccio?

Lascio perdere. Non scrivo. Nello stesso modo in cui, visto che non sono Ella Fitzgerald o Roberto Bolle, non canto e non ballo. Quindi, non faccio niente? No, a dire il vero una cosa la faccio: GIUDICO. Severamente, implacabilmente. L’ostacolo che alla fine mi impedisce di scrivere, come di cantare o di ballare, è quello: il GIUDIZIO.

Qualcuno ti ha detto: “Non va bene” e tu gli hai creduto.

Non sono capace, non sono abbastanza bravo, non oso, mi vergogno. Parole come queste in coaching si definiscono OPINIONI LIMITANTI. Sabotaggi che peggiorano la nostra vita e ci tarpano le ali, quando si tratta di esprimere (in pubblico poi!) la nostra creatività. Siamo creativi in segreto, riempiamo pagine e pagine di potenziali romanzi che restano sepolti negli archivi dei computer. Cantiamo sotto la doccia come fossimo a X Factor. E poi? Cosa blocca questo flow? Sempre lui: il GIUDIZIO.

Meglio: la PAURA (DEL GIUDIZIO). Cosa penseranno gli altri se mi vedranno, se mi ascolteranno, se mi leggeranno? Abbiamo paura – anzi, terrore – dell’opinione degli altri. Il che è insensato visto che gli altri si fanno più che altro i fatti loro e i giudici più severi di noi stessi siamo noi!

Curiosamente, il fenomeno non accade quando si tratta, ad esempio di correre o andare in bicicletta. Se uno vuole correre, semplicemente corre. Se uno vuole andare in bicicletta, semplicemente va in bicicletta (quanti tapini vedi arrancare sulle strade di collina o di montagna da quando si è diffusa mania della mountain bike?). Non mi risulta che nessuno rinunci alla sua corsetta o alla sua pedalata, o a giocare a calcetto con gli amici, perché non si sente abbastanza bravo.

 Ah, ma quello è per divertirsi, dirai. È, appunto, per sport. Come se a scrivere, cantare, ballare o suonare il sassofono non ci si divertisse. 

Creare non è pedalare.

C’è una sostanziale differenza tra correre, andare in bicicletta e in generale fare sport e dedicarsi a qualcosa di creativo. Lo sport fa benissimo alla salute. Quando pratichiamo sport mettiamo in circolo endorfine, con la fatica tempriamo il nostro carattere, ossigeniamo i nostri muscoli, rendiamo più efficiente il nostro sistema cardiovascolare eccetera. Produciamo effetti straordinariamente benefici per il nostro corpo, ma non creiamo.

Le parole, invece, sono generative. Creano qualcosa che prima non c’era. Mondi, universi, personaggi, emozioni: storie. Quando un autore dà vita a un personaggio è come il Dottor Frankenstein che sveglia la Creatura: “Si-può-fare!” Un processo esaltante.

 Il terrore del fallimento.

Cosa ci blocca, dunque, quando vogliamo dedicarci a qualcosa di creativo come appunto la scrittura? Nella mia esperienza di insegnante di scrittura creativa ho notato che la maggior parte delle volte a bloccare è la PAURA DEL FALLIMENTO e questa paura, così ben radicata, è spesso l’eco di un giudizio negativo ricevuto in un momento della vita. Il più delle volte nell’infanzia, il più delle volte a scuola. Qualcuno – una maestra, un professore, un genitore – ti dice “Non va bene, non sei capace, non sai scrivere!” (sì, esistono persone capaci di dire a un bambino cose così) e tu lo prendi per buono. Ci credi.

Fai tuo quel giudizio e da quel momento stabilisci che quella cosa non la sai fare. Di conseguenza, non la fai. O la fai nel segreto dei tuoi diari, nell’intimità della tua stanza. Senza mai condividere il frutto della tua creazione. Senza uscire allo scoperto, renderlo pubblico. Per carità! E continui a pensare che la scrittura sia un’arte difficile, inaccessibile. Ebbene, ti comunico che non è così.

La Scrittura Felice è gioia, flusso, allegria.

La scrittura non è per i pochi baciati da un talento capriccioso. Credi che sia difficile perché ti hanno costretto ad imparare cose inutili, regole ti tengono prigioniero, che rendono la scrittura qualcosa di pesante, complicato, faticoso. Il contrario della SCRITTURA FELICE che invece è gioia, flusso, allegria.

Il primo passo è scrivere, il secondo: togliere il giudizio.

Il primo passo per cominciare è mettersi lì è scrivere: qualsiasi cosa.

Quello subito successivo è TOGLIERE IL GIUDIZIO. In una parola: fregarsene. Sbattersene altamente. Mettere a tacere quella vocina interiore sempre pronta a dare voti, correggere errori, fare paragoni. La vocina che ti dice: lo vedi? aveva ragione la maestra, non sei capace, non sei abbastanza bravo. Dunque, in fin dei conti, fai bene a vergognarti.

Chi è lui, Tolstoj?

Praticare la SCRITTURA FELICE è essenzialmente far scorrere il tuo flow. E per far scorrere il flow è necessario che impari a far star zitto una volta per tutte quell’insopportabile giudice interiore che ti dice che non sei capace. Chi è poi lui, Hemingway, Jane Austen, Tolstoj?